Merkel in versione elettorale mette l’Europa sotto il tappeto

Se c’è un tema del quale Merkel in campagna elettorale non vuole sentir parlare è quello sulla crisi nell’eurozona. Se potesse, la Kanzlerin, per il tempo da qui al 22 settembre, volentieri cancellerebbe l’Europa tutta dal suo orizzonte (e ovviamente da quello dei tedeschi). Un atteggiamento curioso, visto che, come rivelano da mesi i sondaggi, il grande consenso del quale gode è dovuto proprio a come ha saputo gestire l’eurozona, a come non si è fatta intenerire dai paesi in crisi, a come ha salvaguardato i soldi dei suoi concittadini.
4 AGO 20
Immagine di Merkel in versione elettorale mette l’Europa sotto il tappeto
Se c’è un tema del quale Merkel in campagna elettorale non vuole sentir parlare è quello sulla crisi nell’eurozona. Se potesse, la Kanzlerin, per il tempo da qui al 22 settembre, volentieri cancellerebbe l’Europa tutta dal suo orizzonte (e ovviamente da quello dei tedeschi). Un atteggiamento curioso, visto che, come rivelano da mesi i sondaggi, il grande consenso del quale gode è dovuto proprio a come ha saputo gestire l’eurozona, a come non si è fatta intenerire dai paesi in crisi, a come ha salvaguardato i soldi dei suoi concittadini. E anche l’ultimo sondaggio commissionato dal canale pubblico Ard dice che il 59 per cento dei tedeschi promuovono lei e la sua coalizione di governo. Il sondaggio fotografa inoltre un alto livello di soddisfazione: la maggioranza giudica la situazione congiunturale tedesca decisamente buona, e il 76 per cento definisce la propria situazione buona se non addirittura ottima. Livelli di soddisfazione che erano stati raggiunti l’ultima volta nel 1998. Tutto questo non significa però che i tedeschi non vedono cosa succede ed è successo negli ultimi anni oltre frontiera; e nemmeno che si sentano immuni da contraccolpi originati dai paesi in crisi, visto che nel caso dell’Italia (e della debole Francia) si parla di alcune delle economie di maggior peso in Europa.
Un altro motivo che dovrebbe indurre Merkel a usare la gestione dell’eurocrisi per l’autopromozione lo forniscono le ultime notizie, riprese ovviamente anche dai media tedeschi. Notizie provenienti da alcuni paesi cosiddetti periferici e che inducono a un cauto ottimismo. In Italia la recessione sembra essersi attenuata, in Francia per quest’anno non ci dovrebbe essere crescita, ma nemmeno la temuta recessione dello 0,5 per cento. Dati che ovviamente non risolvono il problema principe dell’eurozona, la disoccupazione, ma che secondo gli analisti della DekaBank non sono affatto solo fuochi fatui. Il pericolo di default di uno degli stati membri è dunque definitivamente scongiurato? Niente affatto. Per questo Merkel preferisce glissare, rimandare tutto a dopo le elezioni.
Visto però che la campagna elettorale continua a trascinarsi pigramente e nessuno dei due maggiori partiti politici, Cdu e Spd, hanno trovato il loro cavallo di battaglia, ci pensano i media ad agitare le acque. E così la Zeit ha lanciato settimana scorsa (seguita dal quotidiano Welt, questa settimana,) il tema tabù per eccellenza: quanto potrà costare al contribuente tedesco la crisi dell’Eurozona? Attualmente la Germania garantisce per 105 miliardi di euro; i crediti delle banche tedesche nei confronti degli stati membri della moneta unica ammontano a 131 miliardi; infine, la Bce ha acquistato titoli di stato dei paesi in crisi per 211 miliardi di euro. Merkel non vuole sentir parlare di possibilità, per niente scongiurata, di una ristrutturazione del debito per alcuni paesi, e innanzitutto per la Grecia. E non ne vuole sentir parlare nemmeno il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Ma intanto, così riporta la Zeit, nel suo ministero si sta già lavorando da tempo a piani che prevedono tempi più lunghi per la Grecia per quel che riguarda la restituzione dei crediti, insieme all’applicazione di tassi più agevolati. Un provvedimento che, se fosse sufficiente, vorrebbe dire per i tedeschi soltanto incassare meno interessi e riavere i soldi più tardi.
Gli esperti dell’istituto di studi economici del Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung dubitano che questo aiuto possa bastare. La Grecia è troppo malmessa. E così per far uscire il paese definitivamente dal suo stato comatoso non resta che un secondo taglio netto dei debiti, un taglio del 50 per cento. E se le cose stanno così, è anche lampante perché Merkel preferisca non parlare del tutto dell’Eurozona. Quello che di primo acchito risulta invece meno evidente è perché mai l’Spd non sfrutti questo punto debole della Kanzlerin: perché non chiede alla Cdu da dove intende prendere i 30 miliardi di euro da usare per investimenti nelle infrastrutture, se bisognerà rinunciare a parte dei crediti concessi ai greci? Per ogni milione o miliardo in meno che la Grecia restituirà ci saranno meno capitali da investire a favore del contribuente tedesco.

Il silenzio è d’oro anche a sinistra
Il motivo per cui i socialdemocratici non ne parlano è presto detto: la crisi dell’Eurozona è un tema non meno scottante per loro. Spd e Verdi hanno sempre votato a favore dei provvedimenti decisi, in primo luogo per volere di Berlino, a Bruxelles (dai vari fondi salva stato al fiscal compact e via dicendo). E a volte il loro voto è stato addirittura determinante per far passare i provvedimenti, visto che tra i deputati del centrodestra si è andata a ingrossare, , votazione dopo votazione, la fazione di coloro che vedevano nei nuovi aiuti una chiara infrazione dei criteri di Maastricht (e per questo si sono rivolti alla Corte costituzionale tedesca).
L’Spd, come lamentano alcuni intellettuali, è andata dietro a Merkel perché non ha ricette alternative. E per questo verrebbe da consigliare di non coltivare solo l’amicizia con Günter Grass, ma di tessere rapporti più stretti (sempre che lui lo conceda) anche con Jürgen Habermas. Sulla scia delle argomentazioni del filosofo si sarebbe potuto, o almeno in futuro si potrà, intavolare un dibattito per esempio sulla solidarietà. Un concetto che, come Habermas spiega nel saggio “Nella scia della tecnocrazia” (che dà il titolo all’ultima raccolta di suoi scritti appena uscita da Suhrkamp), non ha nulla a che fare con la morale. La solidarietà tra stati sottintende un agire di tipo utilitaristico: primo perché presuppone e crea una fiducia di reciprocità; secondo, perché se tempestiva permette di contenere la degenerazione di situazioni problematiche, quindi anche eventuali costi economici.
E invece l’unica volta in cui Steinbrück ha provato a usare l’Europa come arma contro Merkel se ne è uscito con la constatazione che probabilmente Merkel non ha moti di solidarietà, non prova particolare empatia per il progetto europeo, perché cresciuta nella Ddr. L’osservazione è di per sé infelice. Se però si tiene conto che proprio nella Germania dell’est si trovano gli elettori più ondivaghi, più indecisi, bisogna fare i complimenti a Steinbrück per aver messo a segno l’ennesimo passo falso.